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Il 12 giugno Anthropic ha ricevuto dal Dipartimento del Commercio una direttiva di export control motivata con generiche “autorità di sicurezza nazionale”. L’ordine imponeva di sospendere l’accesso a Fable 5 e Mythos 5 — i modelli più avanzati del laboratorio guidato da Dario Amodei, presentati appena tre giorni prima come stato dell’arte su quasi tutti i parametri di capacità — per qualunque cittadino straniero, inclusi i dipendenti non statunitensi dell’azienda stessa. Una formulazione tanto ampia da costringere Anthropic a disattivare i due modelli per tutti i clienti, pur contestandone nel merito il fondamento. È, a quanto risulta, la prima volta che uno dei principali sviluppatori al mondo ritira dal mercato un sistema già distribuito a seguito di un intervento del governo federale.
Il pretesto tecnico è una falla nelle protezioni del modello; la verità non detta è la resistenza di Anthropic alle pressioni del governo federale. Da mesi, infatti, la società è in rotta di collisione con l’amministrazione, per aver rifiutato di mettere Claude al servizio di armi autonome e sorveglianza di massa. La direttiva del 12 giugno non fa che confermare quello che ha tutta l’aria di un prolungato braccio di ferro.
La fine di un’epoca
Per misurare la portata della vicenda bisogna tuttavia ricordare da dove viene l’America in materia di tecnologia. Dagli anni Novanta — dalla Framework for Global Electronic Commerce dell’amministrazione Clinton alla Section 230 — gli Stati Uniti hanno fatto della permissionless innovation quasi una dottrina di Stato: il mercato precede la regola, il legislatore arriva dopo e con mano leggera. Su questa impostazione si è retto per un quarto di secolo il divario transatlantico: l’America del mercato e del laissez-faire tecnologico contro l’Europa dei diritti e della precauzione.
Quella dottrina è stata ribadita fino a ieri. Al summit di Parigi del febbraio 2025 il vicepresidente Vance annunciò di non essere lì per parlare di sicurezza dell’intelligenza artificiale, ma di opportunità; bollò l’AI Act come un freno alla crescita e avvertì che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato ingerenze di governi stranieri nelle aziende tecnologiche americane. La rotta dell’amministrazione era inequivocabile: rescissione dell’ordine esecutivo di Biden sulla sicurezza dell’IA, corsa da vincere sulla Cina, deregolamentazione come vantaggio competitivo.
Sedici mesi dopo, paradossalmente, è proprio Washington a staccare la spina al prodotto di punta di una società americana. E lo fa con uno strumento incomparabilmente più brutale di qualunque regola europea: non una norma di legge, discussa e impugnabile, ma un ordine di sicurezza nazionale, immediato e non negoziabile.
A ben vedere, non si tratta di un evento isolato: è la coda di un movimento più ampio — il Chips Act, i controlli sull’export dei semiconduttori avanzati, il ritorno della politica industriale — che da tempo mette in luce il prepotente rientro dello Stato americano nella tecnologia. Con l’IA, l’oggetto del controllo non è più la macchina che produce i chip, ma il modello stesso, trattato come bene strategico, da sottoporre a licenza e a controllo. Il laissez-faire tecnologico, almeno nella sua versione pura, è ormai finito.
La lezione per l’Europa
Quale lezione dovrebbe trarre l’Europa da questa vicenda?
Per anni l’Europa si è affidata agli Stati Uniti perché sedotta dal mito del mercato libero: di un sistema a governo minimo, ma pur sempre fondato su solide istituzioni democratiche, i noti checks and balances. Ed è stata proprio questa combinazione di capitale, iniziativa privata e istituzioni ad aver reso gli Stati Uniti il campione economico-finanziario e insieme il garante della democrazia occidentale che conosciamo. In breve: ci si fidava di Washington perché ci si fidava delle regole del gioco che gli Stati Uniti stessi si erano dati.
Ora, se questa ricetta magica viene meno — e il caso Anthropic mostra esattamente questo — cosa impedisce agli Stati Uniti di scivolare verso un’autocrazia all’occidentale? La tendenza, a guardar bene, sembra proprio questa: un tecno-capitalismo di Stato, orientato da un dirigismo sempre meno temperato della Casa Bianca che — nella facoltà di accendere e spegnere a piacimento un’azienda — si avvicina al controllo che il Partito comunista esercita sulla Repubblica Popolare Cinese.
E forse allora l’Europa dovrebbe smettere di affidare il proprio futuro tecnologico — e la propria sicurezza — all’alleato statunitense, esattamente come non ha mai fatto affidamento su un presunto alleato cinese. Dovrebbe, piuttosto, costruire gli strumenti della propria indipendenza: con il proprio capitale, con la propria tecnologia, con i propri approvvigionamenti energetici.
Ben vengano quindi altri Mistral; e con loro nuovi Amazon, SpaceX, ExxonMobil del nostro continente — meglio ancora, a voler sognare, se italiani. A questi campioni andrebbero poi affiancate misure di incentivo e di salvaguardia del mercato interno, a tutela dei nostri interessi dalle pressioni che provenienti tanto da Est quanto da Ovest. Perché se la ricetta americana del laissez-faire tecnologico si è guastata, all’Europa si schiude l’occasione di scriverne una propria. Le regole e le istituzioni, quelle le ha già: ora servono i campioni tecnologici.

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