Cara Repubblica italiana, in 80 anni ne hai viste tante. Ti tiene in vita la Costituzione

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di Roberto Celante

Cara Repubblica italiana, buon compleanno!
Hai 80 anni, ma, nella vita delle nazioni, sei ancora relativamente giovane. Ne hai viste tante, questo sì. E le rughe si vedono, inutile nasconderlo.

Nascesti per volontà popolare e ricevesti in dono la Costituzione più bella del mondo. Vivesti un’infanzia difficile, tra le macerie di una guerra mondiale e di una guerra civile. Fosti svezzata dal Piano Marshall e sostenuta da una nuova stagione di emigrazione.

Vedesti allontanare, con l’adesione alla NATO, il rischio di una nuova dittatura, ma non quello delle ingerenze americane. Capisti subito, a Portella della Ginestra, che la democrazia non sarebbe stata immune da attacchi violenti, ma la Riforma agraria dimostrò che non intendevi esserne ostaggio. Volesti fondare la CEE, per scongiurare nuovi conflitti europei.

Ti illudesti che il “boom economico” avrebbe portato un benessere generalizzato, prima che la contestazione studentesca e le lotte operaie ti aprissero gli occhi. La tragedia del Vajont ti mostrò le conseguenze di un modello di sviluppo a spese dell’ambiente e dell’uomo.

Le insidie del Piano Solo e del Golpe Borghese furono le premesse incruente di una lunga stagione di terrorismo, rosso e nero, che ti mostrarono ancora vulnerabile; ma i diritti civili e sociali, conquistati in quegli anni, dimostrarono che il popolo credeva ancora nella democrazia. Fu scoperta la P2 e, combinazione, l’incubo del terrorismo politico finì, mentre l’attacco allo Stato da parte di Cosa Nostra era appena iniziato. Con le pene severe del Maxiprocesso, vincesti soltanto una battaglia; la guerra si chiuse con una Trattativa, sulla quale non è ancora stata fatta piena luce.

La fine della Guerra Fredda e l’inchiesta-tsunami “Mani pulite”, che spazzò via la classe dirigente di allora, chiusero la “Prima Repubblica”, mentre la nuova sfida bipolare tra un partito-azienda, che ne arruolò uno, all’epoca, secessionista, sdoganando al contempo la destra, e il cantiere, tuttora aperto, della sinistra, diede vita, a Costituzione invariata, alla “Seconda Repubblica”. Ti fu chiaro, ben presto, che non si trattava di un upgrade.

Il motivo principale fu un conflitto di interessi irrisolto e dilagante: il centrodestra si tutelò con leggi “ad personam” contro una millantata “persecuzione giudiziaria”, mentre il centrosinistra se ne disinteressò, troppo impegnato com’era a sfumare le differenze con le politiche dell’avversario. La fallita riforma costituzionale, i recenti scandali con protagonisti alcuni membri del governo, la nuova causa di esclusione della punibilità per “modeste mazzette” propugnata dal Guardasigilli testimoniano l’attualità del problema. Del resto, le inchieste per corruzione (G8, Rimborsopoli, Mafia Capitale, Mose) degli ultimi 20 anni dimostrano come, in materia, non vi sia mai stata una reale soluzione di continuità con la Prima Repubblica.

Il secondo motivo fu l’adesione all’euro: da un lato, allargò la forbice tra ricchi e poveri, dall’altro, con il vincolo del rapporto deficit-PIL al 3%, fornì un formidabile alibi per politiche di tagli alla spesa pubblica, con principale bersaglio il welfare (scuola, sanità e pensioni), ma mai gli armamenti.

Il terzo motivo fu la globalizzazione dell’economia, che creò una concorrenza spietata sul costo del lavoro, mitigata da un lato, dalle imprese nostrane, con l’evasione fiscale e la delocalizzazione della produzione, dall’altro, dalla politica italiana, con la deregulation bipartisan del mercato del lavoro.

Cara Repubblica italiana, sei lungodegente, da ormai troppo tempo. Ti ha tenuta in vita, negli ultimi 20 anni, soltanto la Costituzione, o meglio: il popolo che ai referendum l’ha voluta salvare. Potrai guarire solo con una nuova stagione di impegno politico dal basso: solo se i giovani rinunceranno ad inseguire soluzioni personali all’estero, per riappropriarsi in patria dei sogni di cui sono stati rapinati. Solo se riusciremo nuovamente a pensare a “noi”, anziché a noi stessi.

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