Difesa, la sfida europea è trasformare la spesa in capacità. Leonardo, Fincantieri ed ELT al FII di Roma

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Mentre a Bruxelles il segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, invitava gli alleati europei a prepararsi a una futura “Nato 3.0”, assumendo una responsabilità crescente nella difesa convenzionale del continente, a Roma si articolava una discussione complementare: come trasformare l’aumento della spesa militare in una capacità industriale effettiva. La coincidenza non è casuale. Da una parte Washington continua a chiedere agli europei di fare di più per la propria sicurezza; dall’altra, governi e industria si confrontano con una domanda sempre più urgente: se l’Europa dovrà essere più autonoma, dispone davvero degli strumenti industriali per esserlo?

La discussione si è svolta nell’ambito del FII Priority Europe, il summit organizzato dal Future Investment Initiative Institute, piattaforma nata attorno all’ecosistema del Public Investment Fund saudita, che ha riunito a Roma investitori, governi e leader industriali per discutere il rapporto tra capitale, competitività e sovranità strategica. Una cornice significativa in un momento in cui sicurezza, tecnologia e finanza sono diventate dimensioni sempre più intrecciate.

Sul palco dedicato al futuro della difesa europea si sono confrontati Lorenzo Mariani, amministrato delegato e direttore generale di Leonardo, Domitilla Benigni, chief executive di ELT Group, e Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri. Pur partendo da prospettive diverse, i tre manager hanno descritto una sfida comune: l’Europa dispone oggi di una volontà politica e di risorse finanziarie superiori rispetto al passato, ma deve ancora trasformarle in capacità industriale.

Per Mariani la parola chiave per muovere questa trasformazione è “complexity”. Le guerre degli ultimi anni hanno mostrato come le minacce tradizionali convivano ormai con droni, attacchi cyber, sistemi ipersonici e forme di guerra ibrida. Una complessità che rende insufficiente qualsiasi risposta esclusivamente nazionale e rafforza la necessità di programmi comuni, armonizzazione dei requisiti e maggiore cooperazione industriale europea.

In questa prospettiva, strumenti come il Safe e le iniziative comunitarie per rafforzare la produzione nel settore della difesa rappresentano un primo tentativo di superare una frammentazione che continua a caratterizzare il mercato europeo. La questione non riguarda soltanto le risorse disponibili, ma il modo in cui queste vengono impiegate e coordinate.

Benigni ha individuato nel capitale umano, “people”, il principale collo di bottiglia della nuova fase europea. Se investimenti e procurement dominano il dibattito pubblico, la crescita delle capacità industriali dipenderà anche dalla disponibilità di competenze nei settori che stanno ridefinendo il campo di battaglia: guerra elettronica, cyber, spazio e Intelligenza artificiale.

Il punto, ha spiegato, è che il talento non può essere acquistato o prodotto rapidamente come una piattaforma o una linea produttiva. La formazione delle competenze necessarie per operare nei nuovi domini tecnologici richiede anni e rischia di procedere più lentamente rispetto all’accelerazione impressa dai governi europei alla spesa per la difesa. In questa prospettiva, la sfida non riguarda soltanto gli investimenti, ma anche la capacità di sviluppare il capitale umano necessario per trasformare le nuove risorse finanziarie in capacità operative.

Ma integrazione industriale e capitale umano non bastano, se non vengono accompagnati da meccanismi capaci di accelerare la produzione e la cooperazione tra gli Stati membri. È su questo terreno che si è concentrato l’intervento di Folgiero. Per l’amministratore delegato di Fincantieri, la parola chiave è “incentives”. La costruzione di una base industriale europea passa dalla capacità delle istituzioni di creare meccanismi che favoriscano cooperazione, rapidità di esecuzione e produzione continentale.

La logica di alcuni strumenti pensati da Bruxelles può essere letta proprio in questa direzione: incoraggiare progetti condivisi tra più Paesi, accelerare gli acquisti e rafforzare la componente europea delle forniture. Una filosofia che punta a modificare i comportamenti attraverso incentivi economici più che attraverso vincoli politici.

Dietro questi tre concetti – complessità, capitale umano, incentivazione – emerge una lettura comune. La sfida europea non consiste più soltanto nell’annunciare nuovi stanziamenti, perché il vero test riguarda la capacità di costruire una base industriale meno frammentata, aumentare la produzione, sviluppare tecnologie avanzate e formare le competenze necessarie per sostenerle.

L’aumento della spesa rappresenta soltanto una parte del percorso. Al centro della discussione sono finite la capacità di rafforzare la base industriale europea, ampliare la produzione, sviluppare nuove tecnologie e formare le competenze necessarie per sostenerle. In questa prospettiva, cooperazione industriale, capitale umano e sistemi di incentivazione sono apparsi come aspetti strettamente collegati. Tre temi diversi che convergono sullo stesso obiettivo: rendere più solida e resiliente la capacità europea di rispondere a uno scenario strategico in rapida evoluzione.

La scelta di affrontare questi temi al FII Priority Europe riflette lo spirito stesso del summit romano, nato per mettere in relazione capitale, competitività e sovranità tecnologica, in un Paese che al centro della complessa geostrategia europea, proiettato verso il Medio Oriente e l’Asia. La connessione, e l’interconnessione, è sempre più evidente anche nel settore della difesa, dove investimenti, innovazione e competenze tendono a procedere insieme. L’attenzione si concentra ora sulla capacità di tradurre gli indirizzi strategici in programmi industriali, tecnologie e professionalità in grado di sostenerli nel tempo.

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