ARTICLE AD BOX
L’offensiva difensiva sul delitto di Garlasco riparte da due pilastri che, secondo gli avvocati di Andrea Sempio, metterebbero in crisi la nuova ipotesi accusatoria: le scarpe dell’assassino e il Dna trovato sulle unghie di Chiara Poggi. Due elementi che negli anni sono diventati centrali nella rilettura investigativa del delitto e che ora vengono rimessi radicalmente in discussione attraverso il deposito di una serie di consulenze tecniche consegnate alla Procura di Pavia: scarpe, Bloodstain Pattern Analysis, genetica, impronta 33 e medicina legale.
La camminata e il piede “egizio”
Un fronte cruciale è quello delle scarpe, la camminata dell’assassino. Non un dettaglio marginale, ma uno degli assi portanti della verità processuale che ha condotto alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Le sentenze dell’appello bis e della Cassazione avevano infatti individuato “con assoluta certezza” la scarpa dell’assassino: una Frau con suola Margom, taglia 42. È proprio da quel dato, ormai cristallizzato nei processi, che parte oggi la difesa di Sempio.
Le consulenze depositate negli anni – dalle relazioni Nardelli-Mattei del 2014 fino agli approfondimenti Iuliano-Caprioli del 2025 – hanno ricostruito le caratteristiche della calzatura attribuita all’aggressore. I nuovi consulenti della difesa non contestano quell’approdo. Al contrario, lo assumono come base tecnica per sostenere che il 38enne commesso – accusato di aver massacrato Chiara Poggi per aver rifiutato un approccio sessuale – non avrebbe potuto indossare quella scarpa.
Le misure
Il ragionamento nasce dai rilievi antropometrici effettuati sull’indagato il 24 ottobre 2025. Le scansioni tridimensionali descrivono un piede lungo circa 27,2 centimetri ma soprattutto molto largo: tra 11,5 e 12 centimetri sotto carico. Una conformazione definita “egizia”, con alluce dominante e pianta ampia. Ed è proprio quel “piede egizio” a diventare il centro della consulenza. Per gli esperti, infatti, la larghezza dell’impronta rilevata sulla scena del crimine – circa 9,5 centimetri – rappresenta soltanto la misura esterna della suola e non il reale spazio disponibile all’interno della scarpa.
La relazione entra allora nei dettagli costruttivi della Frau/Margom: la soletta di montaggio, il guardolo salva mastice, gli spessori della tomaia, della fodera e dei rinforzi laterali restringerebbero sensibilmente l’effettiva capacità interna della calzatura.
Secondo i consulenti, lo spazio realmente disponibile oscillerebbe tra 8,2 e 9,2 centimetri. Troppo poco per contenere il piede di Sempio, che supererebbe quel limite di oltre due centimetri. Da qui la conclusione definita “netta” nella relazione: anche ammettendo una compatibilità nella lunghezza, il piede dell’indagato non potrebbe fisicamente entrare nella scarpa attribuita all’assassino (anche le sentenze che assolvevano Stasi avevano stabilito quello) e dunque non potrebbe avere lasciato quelle impronte.
Le impronte a pallini
È un tema che attraversa tutta la storia processuale del caso Garlasco. Le prime sentenze assolutorie avevano già ricostruito il percorso dell’omicida attraverso le impronte ematiche lasciate nella villetta di via Pascoli: il corridoio, la cucina, la saletta tv, il bagno. Proprio nel bagno, le tracce sul tappetino davanti al lavandino sembravano suggerire una sosta dell’aggressore per lavarsi. Le impronte vennero attribuite a un unico modello di scarpa con suola a piccoli tasselli ovali o circolari. Ma nessuna delle scarpe sequestrate al fidanzato della vittima presentava quella conformazione. Le Lacoste bronzo che il bocconiano disse di indossare al momento del ritrovamento del corpo avevano infatti una suola completamente diversa, a lisca di pesce.
Nel primo processo il giudice Stefano Vitelli ritenne comunque plausibile il racconto dello “Stasi scopritore”, sostenendo che il giovane potesse avere soltanto lambito la grande pozza di sangue davanti alla porta a libro senza calpestarla pienamente. Ma quella ricostruzione cambiò nel processo d’appello bis, quando le nuove simulazioni sulla “camminata” di Stasi dentro la villetta portarono i periti nominati dalla Corte a stabilire che la probabilità di compiere quel tragitto senza lasciare tracce fosse infinitesimale: lo 0,0002%.
Fu allora che, grazie alle nuove analisi fotogrammetriche, la scarpa dell’assassino venne identificata “con assoluta certezza” in una Frau modello 27U1 con suola Margom taglia 42. E proprio quella certezza tecnica viene oggi utilizzata dalla difesa di Sempio per sostenere l’incompatibilità fisica tra il piede dell’indagato e la scarpa dell’omicida.
La relazione del Ris di Cagliari
Più asciutta, ma ugualmente significativa, è invece la contestazione sulle nuove analisi del Ris di Cagliari relative ai pattern ematici davanti alla cantina. I carabinieri scrivono che le cosiddette impronte “a V” non sono utili per attribuzioni comparative certe e che non può essere esclusa una formazione dinamica delle tracce – wipe o swipe – dovuta al trascinamento o al contatto con superfici sporche di sangue. Per la difesa, però, questo crea una tensione evidente con le risultanze processuali consolidate negli anni. Perché dopo che i periti terzi – nominati durante i processi e nel contradditorio delle parti – avere individuato con “assoluta certezza” una scarpa taglia 42 attribuita all’assassino, oggi gli stessi pattern vengono descritti come elementi dubbi o privi di reale capacità identificativa.
La consulenza genetica
L’altro grande fronte aperto dalle consulenze riguarda il Dna trovato sulle unghie di Chiara Poggi. Anche qui la difesa prova a depotenziare uno degli elementi considerati più sensibili della nuova indagine ma che già la perita nominata dalla giudice per le indagini preliminari ha depotenziato concludendo che se c’è una compatibilità con la linea parentale maschile di Andrea Sempio, allo stesso tempo non c’è nessuna certezza di attribuzione perché il profilo analizzato era misto, parziale e incompleto.
Nella relazione firmata dalla genetista Marina Baldi si sostiene che il rinvenimento di componenti Y-STR “asseritamente compatibili” con Andrea Sempio non possa essere considerato prova di un contatto aggressivo diretto con la vittima. Secondo la consulente, il dato sarebbe “tecnicamente debole” perché non derivante da un profilo pieno e singolo, ma da profili appunto misti, incompleti e non consolidati. La relazione insiste soprattutto su un punto: il DNA Y-STR, a differenza di un profilo autosomico completo, non avrebbe valore individualizzante sufficiente e richiederebbe una cautela ancora maggiore in presenza di contributi multipli.
La genetista sottolinea inoltre la presenza di un ulteriore profilo maschile Y non attribuito su un altro dito della vittima. Un elemento che, secondo la consulenza, dimostrerebbe come il materiale subungueale non fosse geneticamente univoco e non consentisse di isolare soltanto la componente “compatibile” con Sempio ignorando gli altri contributi maschili presenti.
Nessuna prova di aggressione
Nella relazione vengono richiamati anche diversi studi scientifici internazionali – da Damour a Yilksel fino a Gill nel caso Birgitte Tengs – per sostenere che il materiale subungueale possa contenere Dna misto e che il valore di un risultato genetico non possa essere automaticamente trasferito dalla “fonte” all’“attività”, cioè dalla semplice presenza biologica alla prova di un’aggressione.
Da qui la conclusione della consulenza: anche qualora si ritenesse esistente una compatibilità parziale Y-STR con Andrea Sempio, quel dato “non prova che egli abbia avuto un contatto aggressivo con la vittima, né che sia stato graffiato nel corso dell’azione omicidiaria”. Secondo la difesa rimarrebbero aperte numerose ipotesi alternative: Dna di fondo, trasferimento secondario, contaminazione, manipolazione dei reperti o deposito non collegato all’omicidio. “In assenza di un profilo completo, singolo, quantitativamente significativo, riproducibile e coerente con la dinamica di un graffiamento aggressivo – conclude la relazione – il dato genetico subungueale deve essere considerato un elemento fragile, parziale e non individualizzante”.
La difesa: “La costruzione accusatoria? Fantasie”
È su questo doppio terreno – l’incompatibilità della scarpa e la fragilità del dato genetico – che la difesa di Andrea Sempio sta ora tentando di smontare la nuova costruzione accusatoria. Una strategia che l’avvocato Liborio Cataliotti sintetizza così: “La costruzione accusatoria attinge più alla fantasia che alle risultanze probatorie oltretutto con passaggi ricostruttivi che cozzano con la logica: l’assassino si sarebbe specchiato in bagno e lavato in cucina, sarebbe uscito dal retro, il movente sarebbe sessuale, le telefonate sarebbero state avances, il video intimo sarebbe stato rubato. Sono tutte tesi non provate ed illogiche”.
L'articolo Il piede “egizio”, il profilo ignoto sulle unghie di Chiara Poggi. Così la difesa Sempio contrasta le accuse sul delitto di Garlasco proviene da Il Fatto Quotidiano.





English (US) ·