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Il dibattito sull’energia nucleare torna ciclicamente ad arenarsi tra contrapposizioni ideologiche, nostalgie referendarie e promesse rinviate. Il contesto del 2026 (geopolitico, economico, sanitario) rende questo rinvio non più sostenibile.
Il costo umano che paghiamo già oggi
Il primo argomento è sanitario, non ideologico. La combustione di carbone, petrolio e gas produce polveri sottili, biossido di azoto e composti tossici che entrano direttamente nei polmoni e nel sangue. L’Oms stima oltre 7 milioni di morti premature l’anno da inquinamento da fossili nel mondo; in Italia circa 50.000 decessi prematuri, con costi sanitari misurabili in decine di miliardi di euro. Già senza entrare nel merito dell’impatto climatico, la CO₂ è un pericolo concreto e misurabile.
Le emissioni sono anche un problema economico e normativo immediato. Il Regolamento Ue 2023/857 fissa per l’Italia una riduzione del 43,7% nelle emissioni dei settori non-Ets entro il 2030 rispetto al 2005. Le proiezioni attuali mostrano un divario crescente: nel 2023 le emissioni erano già 8,2 milioni di tonnellate di CO₂eq oltre l’obiettivo. Il mancato rispetto si potrebbe tradurre, secondo Transport & Environment, in sanzioni tra 5,4 e 31 miliardi di euro.
La nuova rivoluzione industriale guidata dall’intelligenza artificiale aggrava il quadro: il fabbisogno energetico globale cresce in modo strutturale e accelerato. Il caso tedesco è emblematico. Nonostante decenni di massicci investimenti nelle rinnovabili — oltre il 50% del mix — la Germania ha dovuto riattivare le centrali a carbone nel 2022 per tamponare la crisi energetica: la produzione da lignite e carbon fossile è cresciuta rispettivamente del 7% e del 20% in un anno, azzerando i progressi emissivi. Le rinnovabili da sole, senza backup programmabile, non bastano. E il backup fossile ha un costo: la salute dei cittadini.
I dati che cambiano i luoghi comuni
Un confronto tra le emissioni di CO₂eq per kWh su ciclo di vita completo rivela che il nucleare è tra le fonti con minore impatto ambientale. Il carbone emette 910 g CO₂eq/kWh, il gas naturale 650, le biomasse 420, il fotovoltaico utility-scale 180. L’eolico onshore scende a 56, quello offshore a 35. Il nucleare di III e IV generazione si attesta tra 12 e 110 g CO₂eq/kWh, con scorie confinabili e volumi minimi. Solo l’idroelettrico fa meglio, a 4 g, ma con significative alterazioni degli ecosistemi fluviali.
Il vantaggio più sottovalutato del nucleare, però, non sta soltanto nelle basse emissioni: è nella densità energetica. Una centrale da 1 GW con un capacity factor del 93% produce quanto produrrebbero circa 11 milioni di pannelli solari da 320W (capacity factor del 27%) oppure 940 turbine eoliche da 3 MW (capacity factor del 33%), occupando meno di un km² di superficie contro le centinaia di km² necessarie per le alternative. Questa sproporzione è decisiva in un Paese come l’Italia, dove la pressione sul territorio, sul paesaggio e sull’uso agricolo del suolo rende la grande espansione delle rinnovabili a terra un tema politico e sociale di enorme complessità.
La dipendenza strutturale che ci indebolisce
L’Italia importa l’85% del proprio fabbisogno energetico, con una dipendenza strutturale dal gas che espone il sistema-Paese a ogni oscillazione dei mercati internazionali. Ogni crisi nei mercati fossili si traduce direttamente in inflazione, perdita di competitività industriale, deterioramento della bilancia commerciale e, in ultima analisi, minore crescita e occupazione. La crisi del 2022 è costata all’industria italiana miliardi in extra-bollette. Sta accadendo lo stesso oggi, vanificando gli sforzi di equilibrio dei conti pubblici.
La volatilità dell’uranio esiste, ma la differenza chiave è che il combustibile incide per meno del 5% sul costo finale del kWh nucleare, contro il 60-80% per le centrali a gas. Le centrali nucleari possono stoccare anni di combustibile in anticipo, bloccando il prezzo con contratti a lungo termine ed eliminando strutturalmente l’esposizione al mercato spot. Nel 2022, quando il Ttf europeo ha superato i 300 €/MWh, le bollette industriali italiane sono triplicate in pochi mesi. Con un parco nucleare nel mix energetico, quel rischio avrebbe avuto una valvola di sicurezza strutturale.
Il costo reale dell’energia: il nucleare batte il fossile
Il confronto del Costo Livellato dell’Energia (Lcoe), che incorpora costruzione, esercizio, combustibile e smantellamento sull’intero ciclo di vita, evidenzia il vantaggio strutturale del nucleare rispetto al fossile. Secondo i dati Iea 2024 per l’Ue, il gas naturale si attesta a circa 205 $/MWh, il carbone a 235 $/MWh con il carbon pricing. L’eolico onshore parte da 27-73 $/MWh e il fotovoltaico utility-scale da 29-92 $/MWh, ma entrambi richiedono sistemi di accumulo e bilanciamento che aggiungono 30-100 $/MWh al costo effettivo di sistema. Il nucleare, programmabile per eccellenza, si attesta attorno ai 165 $/MWh senza questo costo aggiuntivo.
Il vantaggio decisivo emerge nel lungo periodo: centrali già ammortizzate producono a 20-30 €/MWh. In Francia, dove il nucleare copre il 70% della produzione, il costo all’ingrosso è storicamente tra i più bassi d’Europa. È su questo orizzonte generazionale che va letto il vero vantaggio del nucleare.
Le scorie: un problema reale, ma dimensionato correttamente
La gestione delle scorie radioattive è un’obiezione legittima, ma raramente viene dimensionata correttamente. I rifiuti a bassa e media attività rappresentano circa il 90% del volume totale ma solo il 10% della radioattività: la loro pericolosità decade in decenni e sono gestiti in depositi superficiali. I rifiuti ad alta attività (Hlw) rappresentano circa il 3% del volume ma il 95% della radioattività, e richiedono stoccaggio geologico profondo — tuttavia la loro pericolosità decade fisicamente in modo misurabile nel tempo.
Il confronto con le altre fonti ribalta la narrativa dominante. Carbone, gas e solare fotovoltaico producono inquinanti — metalli pesanti, cadmio, piombo — la cui tossicità è permanente per definizione chimica: non decade, resta nei suoli e nelle falde acquifere. L’intera produzione di scorie ad alta attività della Francia in 60 anni di nucleare al 70% del mix è contenibile in poco più di una piscina olimpionica. Nel 2000 il volume totale di Hlw nucleare nell’Ue era pari a 150 m³; i rifiuti industriali tossici ammontavano a 10 milioni di m³, quelli industriali totali a un miliardo. La narrativa del “nucleare sporco contro rinnovabili pulite” ignora sistematicamente questi dati.
Soluzioni consolidate esistono già: il deposito geologico profondo finlandese a Onkalo e quello svedese in costruzione a Forsmark. La ricerca di IV generazione sta inoltre sviluppando reattori capaci di riutilizzare gli attinidi come combustibile, riducendo drasticamente volumi e tempi di pericolosità residua.
Le rinnovabili sono indispensabili, ma non sufficienti da sole
Le rinnovabili vanno sviluppate al massimo per diversificare il mix. Ma presentano due limiti strutturali: intermittenza e densità energetica. Uno studio Enea 2023 calcola che per coprire l’intero fabbisogno elettrico nazionale con il solo fotovoltaico a terra servirebbero circa 2.300 km² — più della superficie della provincia di Roma, senza contare la crescita della domanda legata all’AI e all’elettrificazione dei trasporti.
Coprire il 100% del fabbisogno con soli solare ed eolico richiederebbe sistemi di accumulo a scala nazionale non ancora disponibili a costi industriali sostenibili, una rete di trasmissione ultra-potenziata con tempi e investimenti incompatibili con gli obiettivi carbon-free, e una sovracapacità installata di 3-4 volte la domanda di picco per gestire le ore di bassa produzione. Il ruolo di “garante del funzionamento di sistema” è oggi svolto dal gas naturale. Sostituirlo con il nucleare significa decarbonizzare quella funzione strutturale senza eliminarne la necessità. Ipcc e Iea concordano: in qualsiasi scenario credibile di riduzione delle emissioni al 2050, il nucleare è complemento necessario alle rinnovabili — non alternativa, ma fondamento stabile su cui costruire un mix a basse emissioni.
Il piano c’è. Ora serve il patto
Il Pniec 2024 include per la prima volta una sezione specifica sul nucleare: obiettivo dell’11% dell’elettricità nazionale da fissione entro il 2050, fino al 22% nello scenario ottimistico, pari a circa 8 GW. Il Ddl delega sul nucleare sostenibile, approvato in Consiglio dei Ministri il 2 ottobre 2025, ha completato l’esame in commissione alla Camera il 20 maggio 2026 ed è approdato in Aula il 26 maggio. Il Governo punta a completare l’iter parlamentare entro l’estate.
L’Italia non parte da zero. Il Paese dispone di un ecosistema industriale e accademico solido: Enea per la ricerca e la sicurezza nucleare; Sogin per il decommissioning e la gestione dei rifiuti radioattivi; Ansaldo Nucleare, con decenni di esperienza nella progettazione di sistemi per centrali in tutto il mondo; Nuclitalia, la joint venture tra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo per lo sviluppo delle tecnologie Smr e Amr. La Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile stima i primi Smr operativi dal 2030-2035 e gli Amr intorno al 2040, con un piano di investimento di circa 40 miliardi di euro per 8 GW di capacità.
Sul nodo referendario va fatta chiarezza. I referendum del 1987 e del 2011 — entrambi trainati emotivamente da incidenti oggi sostanzialmente non replicabili con le tecnologie di III e IV generazione — hanno abrogato leggi specifiche, non vietato al Parlamento di legiferare in materia. Chernobyl fu un errore umano in un impianto privo di contenimento; Fukushima fu il risultato di uno tsunami eccezionale, mentre le altre centrali nella stessa area non produssero danni. Il nuovo Ddl si muove in questo spazio normativo.
Un piano nucleare strutturato produce vantaggi concreti molto prima che il primo reattore entri in funzione. Chi ha un piano industrialmente fondato viene trattato diversamente da chi non ce l’ha: potrebbe aprire la strada per chiedere flessibilità sulle scadenze intermedie del percorso carbon-free, il riconoscimento del nucleare come investimento strategico fuori dai vincoli di deficit, e maggiore libertà di spesa per gli interventi di breve periodo — efficienza energetica, infrastrutture di rete, riconversione industriale, sostegno alle famiglie in difficoltà energetica — che servono adesso, non nel 2050.
Il costo dell’inerzia — sanzioni europee fino a 31 miliardi, bollette industriali insostenibili, dipendenza geopolitica, 50.000 morti premature l’anno per inquinamento fossile — è già più alto del costo del cambiamento. “Nuclearizziamoci” non è uno slogan: è un progetto di Paese. La finestra è aperta. Aspettare non è un’opzione neutrale: è già una scelta. Una scelta sbagliata.

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