Pina Picierno, il suvlaki con Cerasa e la colla all’europoltrona (in attesa di Forza Italia)

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“Il J’Accuse di Pina Picierno”. Titola così il Foglio un’intervista a firma del direttore Claudio Cerasa (che ci tiene a far sapere che il dialogo è avvenuto a Bruxelles, davanti a hummus e suvlaki) nella quale la vicepresidente del Parlamento europeo annuncia il suo attesissimo addio al Pd. Anni e anni di affondi, intemerate, retroscena dettati, voti “bellicisti” anche contro l’indicazione dei dem, rapporti (definiti “inciuci” dai colleghi) con europarlamentari del Ppe e dell’Ecr, incontri con esponenti di think tank israeliani di estrema destra, sfoghi contro il suo partito, contro Elly Schlein, contro Giuseppe Conte. Nel nome di quello che lei definisce un “riformismo coerente e popolare”, in “grado di entusiasmare”. Tutto da capire se quest’araba fenice sia data in natura, ma intanto lei ricorda le cose contro cui combattere: “il fascismo putiniano”, “le ambiguità” su Kiev, l’antisemitismo nostrano. È da un anno sotto scorta, Picierno, per minacce da parte di filorussi ed estremisti.

E la sua identità politica oggi riparte da qui: lontani i tempi da giovane promessa della Margherita, come quelli in cui studiava da leader del Pd di primo piano, dopo essere stata una delle cinque donne scelte da Matteo Renzi per andare in Europa nel 2014, forte delle sue preferenze al Sud. Con il fu Rottamatore i rapporti sono freddissimi. Forse anche peggiori, per non dire ai minimi termini, quelli con Schlein. Avrebbe voluto sfidarla a un eventuale congresso, che poi non c’è stato. Ma in fondo nessuno – neanche nella destra dem – era davvero convinto che lei sarebbe stata la candidata giusta. E dunque, ricomincia da quello che c’è e che vuol mantenere a tutti i costi: il posto da vice Presidente del Parlamento europeo. Nella delegazione del Pd, dove ormai la mal sopportavano, raccontano che “Pina sapeva dall’inizio che avrebbe fatto solo mezzo mandato, come – peraltro – è normale a Strasburgo. Era stato detto in una riunione, e lei c’era”. Ora dovrebbe toccare a Nicola Zingaretti, ma lei ha agito di anticipo.

E così il gruppo Renew, come ha fatto sapere Sandro Gozi (che parla per sé stesso e non per Italia viva), è pronto ad accoglierla e a garantirle quella casella. Malumori tra i dem dell’Eurocamera che notano come il Pd tutto finisca all’angolo per questa vicenda: non solo perde una carica, ma perde anche la faccia rispetto al resto dei Socialisti europei, che l’hanno votata alla vice presidenza, su proposta dei dem. Lei i dem li aveva ricattati all’inizio, minacciando di andarsene in caso contrario, la segretaria ha ceduto. Tornando alla conversazione con il Foglio, nel nome delle larghe intese, Picierno chiarisce: “La casa dei riformisti non c’è più. Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi. E’ ora di lavorare a qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni”.

Dove e cosa sarebbe questo qualcosa di nuovo? Il piano dovrebbe essere il seguente: restare vice Presidente del Parlamento europeo in quota Renew, poi fare la campagna elettorale come numero due di Carlo Calenda (che infatti saluta con entusiasmo la sua scelta), insieme a Elisabetta Gualmini, che ha lasciato il Pd per Azione già qualche mese fa. Dopodiché, tutto può essere. Non è passata inosservata la sua lettera per una Repubblica al femminile, scritta il 2 giugno insieme a Letizia Moratti, europarlamentare di Forza Italia, che gioca per Marina, più che per Antonio Tajani. E dunque, davanti alla probabile esplosione di Azione (con Matteo Richetti che guarda al centrosinistra e Ettore Rosato e Elena Bonetti verso Forza Italia), l’approdo finale dovrebbe proprio essere il partito che fu di Berlusconi.

Ma questa è un’altra storia. Oggi va registrato il calore di ex Pd come Luigi Marattin e Andrea Marcucci e la freddezza di tutti quelli che lavorano per il campo progressista. Non la accoglierà Renzi e neanche Alessandro Onorato, che sta costruendo il suo movimento civico. Difficile credere che la seguirà qualcun altro nel partito: Giorgio Gori, con il quale ha ottimi rapporti e consuetudini continue, per ora dovrebbe rimanere dov’è. Chi lo sa, magari come sfidante perfetto di Schlein (e Conte) ai gazebo: in grado di mantenere una quota alla destra dem e ai centristi, ma di certificare la sconfitta di Conte ai gazebo. Notazione finale: con l’uscita di Picierno, la delegazione Pd passa a essere la seconda (dietro agli spagnoli) nel gruppo dei Socialisti europei a Strasburgo. Da “testardamente unitaria” Schlein scelse di candidare lei e Gualmini. Oggi, anche la testardaggine ha i suoi limiti.

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