Processo ex Solvay, la contaminazione da Pfas si risolve con i risarcimenti: le parti civili da 300 sono diventate meno di 20. Avs: “Transazione economica al ribasso sulla salute dei cittadini”

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In Piemonte, a due anni dal suo avvio, la fase dell’udienza preliminare a carico dei dirigenti ex Solvay (oggi Syensqo), ad Alessandria, è a un bivio e la questione dei risarcimenti resta centrale. Nel corso dell’ultima udienza agli ex manager accusati di disastro colposo legato alla contaminazione da Pfas (Leggi l’approfondimento), i cosiddetti inquinanti eterni, nello stabilimento chimico di Spinetta Marengo, gli avvocati della difesa hanno annunciato l’intenzione di chiedere il patteggiamento. Subordinato alla derubricazione dell’ipotesi di reato, da disastro ambientale colposo a inquinamento ambientale colposo. Ma l’istanza dei legali di Stefano Bigini, direttore dello stabilimento tra il 2008 e il 2018 e del suo successore Andrea Diotto, è già stata respinta dal pubblico ministero Enrico Arnaldi di Balme. Almeno così formulata. Secondo l’accusa i due ex manager avrebbero omesso interventi per il risanamento della contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche, ma anche per il contenimento degli inquinanti. La giudice dell’udienza preliminare, Arianna Ciavattini, ha fissato per il 10 giugno il termine ultimo per formalizzare la richiesta dei legali e chiedere eventuali riti alternativi. Ma in udienza sono stati anche depositati gli assegni circolari contenenti le offerte reali per proporre nuovi risarcimenti economici. E questo è uno dei fronti su cui la tensione è più alta. Perché in quel di Alessandria cittadini e associazioni vogliono che si vada a processo, che istituzioni e realtà coinvolte – le poche rimaste – non accettino soldi. E che si arrivi alla bonifica del territorio.

Il nodo dei risarcimenti: “Decenni di inquinamento non si monetizzano”

L’udienza preliminare, intanto, è slittata al prossimo 25 giugno. Entro quella data le parti civili rimaste esprimeranno il loro parere sulle transazioni e si chiuderà, quindi, la fase preliminare davanti al gup. La tensione è tanta, dentro e fuori il palazzo di giustizia, dove ieri c’è stato il presidio del movimento ‘Ce l’ho nel sangue’. “Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano” è da mesi il grido del movimento. Anche perché la multinazionale belga ha già pagato risarcimenti per un milione di euro. In cambio, se nel 2024 si erano costituite trecento parti civili, oggi ne restano una quindicina. Hanno accettato i risarcimenti i Comuni di Alessandria e Montecastello, le associazioni ambientaliste ProNatura e Medicina Democratica. Restano ancora tra le parti civili il Wwf (l’inchiesta è partita proprio da un esposto presentato dall’associazione a giugno 2020, attraverso l’avvocato Vittorio Spallasso, ndr), Legambiente nazionale e il circolo di Legambiente Ovada, la Camera del lavoro, Cgil Alessandria e diversi cittadini. Negli ultimi due anni, diversi rinvii sono stati causati proprio dalle trattative avviate per i risarcimenti, compreso quello tra l’azienda, il ministero dell’Ambiente e la Regione Piemonte. Ma fuori dal palazzo di giustizia, da mesi i cittadini chiedono che Mase e Regione non accettino, pretendendo invece la bonifica del sito. E da questo punto di vista il ruolo del ministero è cruciale.

Cristina Guarda (AVS): “Segnale allarmante”

Anche la politica prende posizione. Con il silenzio (quasi di tutti) o con le accuse di Sinistra italiana e Alleanza Verdi e Sinistra. “La salute dei cittadini e il futuro del territorio di Spinetta Marengo non possono essere l’oggetto di una transazione economica al ribasso” ha commentato l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Cristina Guarda, intervenendo in merito all’udienza preliminare. “Il crollo delle parti civili rimaste in aula è un segnale allarmante. Ma ciò che desta profonda preoccupazione è il silenzio delle istituzioni” aggiunge. Secondo l’eurodeputata “è inaccettabile che il ministero dell’Ambiente e la Regione Piemonte stiano conducendo trattative riservate per un accordo economico”, proprio mentre “la Giunta regionale si trincera dietro i ‘non so’ e non rispetta le scadenze promesse alla cittadinanza”. Sul tema era intervenuta anche Alice Ravinale, consigliera e capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra in Consiglio Regionale, presentando un’interrogazione alla giunta regionale. Guarda si rivolge anche all’assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi. “Convoca task force e promette monitoraggi che poi, nei fatti, faticano a tradursi in risposte tempestive sul territorio. I cittadini aspettano ancora il completamento del biomonitoraggio a partire dal raggio dei tre chilometri dallo stabilimento. Inoltre – aggiunge l’eurodeputata – sebbene sia stata finalmente trovata la soluzione per l’uso del macchinario di Torino per le analisi del sangue, manca ancora la definizione della tariffa. Non si può chiedere alla popolazione di andare fino a Milano per un esame che spetta alla sanità piemontese garantire in loco”.

La questione della bonifica

La verità è che questa vicenda giudiziaria non può che ruotare intorno alle necessità di un territorio ferito. Quindi non solo un processo, ma anche monitoraggi, la bonifica e le garanzie su ciò che accadrà in futuro. “Pretendiamo assoluta trasparenza sulle bonifiche della falda acquifera, il blocco immediato della produzione di composti Pfas (compreso il cC6O4) entro l’anno – di cui ci sarebbe conferma – e un confronto pubblico trasparente sull’iter del rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale” sottolinea Cristina Guarda. L’iter del rinnovo dell’Aia (scaduta dal 2022) è fermo da gennaio 2025, mentre – aggiunge – “è scandalosamente bloccato quello per la bonifica esterna, a causa di una Provincia che non si sta muovendo e che non ha ancora completato il piano di caratterizzazione”. La difesa degli ex manager ha comunicato che per la bonifica dell’acqua di falda sarebbero necessari 36 milioni. La speranza di cittadini e associazioni è legata alle sorti del Veneto, dove il Consiglio di Stato ha di recente confermato che, per l’inquinamento da Pfas del territorio compreso tra le province di Vicenza, Verona e Padova, a pagare la bonifica (si stima un costo di 85 milioni, che potrebbero presto aumentare, ndr) dovranno essere le multinazionali gruppo Ici, Mitsubishi corporation e Eni Rewind. Si attende, invece, la pronuncia sul ricorso di Manifattura Lane Marzotto & figli. La Provincia ha individuato la società tra i responsabili e, finora, il Tar Veneto ha dato ragione alla Provincia.

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