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L’omicidio dei migranti arsi vivi lunedì ad Amendolara, nella Sibaritide, è stato “frutto di una barbarie inspiegabile”. Lo ha detto il questore di Cosenza Antonio Borrelli nel corso della conferenza stampa sull’inchiesta coordinata dalla Procura di Castrovillari che ha emesso nei confronti di due pakistani un decreto di fermo che, adesso, dovrà essere convalidato dal gip.
“In 34 anni di servizio, molti dei quali passati in prima linea da operativo, – ha aggiunto il questore Borrelli – un fatto di questa crudeltà non mi era mai capitato. Soprattutto nella misura in cui hanno bruciato vive delle persone. L’evento è stato di una crudeltà inenarrabile, un fatto di assolutamente disumano. Il fatto di aver dato una risposta in poco più di tre ore significa che eravamo presenti sul territorio e che, soprattutto, siamo riusciti non solo ad identificare gli indagati, anche grazie ai filmati, ma a rintracciarli nelle loro abitazioni e ad assicurarli alla giustizia. Questa è una soddisfazione davanti a una tristezza incredibile. Perché quei quattro ragazzi, per come sono morti, hanno creato in noi un vero e proprio shock. I due fermati sono in Italia da diversi anni, uno dal 2018 e l’altro dal 2022”.
Entrambi gli arrestati, infatti, si trovano nel nostro Paese con un regolare permesso di soggiorno. Lo avevano anche le vittime, tutte incensurate, di cui una sola è pakistana. A dispetto di quanto era trapelato nelle prime ore, gli altri ragazzi deceduti sono di origine afgana come l’unico superstite che si è salvato uscendo dal bagagliaio del minivan mentre il mezzo andava in fiamme.
Durante l’incontro con i giornalisti, il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio non si è sbilanciato e, dopo aver chiarito di non aver gradito la diffusione sui media del video dell’omicidio, ha bollato il delitto come “un episodio di gravità inaudita” che “è stato ricostruito in maniera compiuta in pochissime ore, quasi un arresto in flagranza”.
“Le indagini – ha ribadito il magistrato – ci hanno consentito di raccogliere, con tutte le cautele del caso, gli indizi di reato. Ho apprezzato, e tutti dobbiamo farlo, l’ennesima pronta risposta dello Stato. Lo dobbiamo soprattutto alla gente del Sud”.
“Non abbiamo elementi di altri complici e riteniamo che l’omicidio fosse premeditato”. La dinamica della tragedia è stata spiegata dal capo della squadra mobile di Cosenza Gianni Albano: “Abbiamo iniziato dalle immagini del sistema di video sorveglianza con la collaborazione del gestore e titolare della pompa di benzina. – ha dichiarato in conferenza stampa – Abbiamo verificato che c’era una macchina che si era fermata poi raggiunta da un’altra utilitaria dalla quale è scesa una persona che si è presentata agli altri. Questo era un carabiniere forestale che ha notato due persone avanti e cinque dietro. Si era avvicinato perché dalla vettura venivano gettati dei sacchetti per strada. Poi si verifica quello che si vede nelle immagini”.
Per bloccare le vittime all’interno del mezzo uno degli indagati “rompe una maniglia dell’auto dall’interno e questo fa sì che non si apra. – ha spiegato sempre il capo della mobile – Il conducente scende e apre il cofano. Non è chiaro se la benzina fosse già all’interno dell’auto o l’ha messa dal distributore. L’altro prima di scendere rompe la maniglia per evitare l’apertura delle porte. Le vittime cercano di uscire davanti ma non riescono. L’unico che si salva ci riesce perché scende dal cofano e scappa”.
A proposito del superstite, l’afghano Taj Mohammad Alamyar, alla domanda se quest’ultimo possa essere “un complice che fortuitamente si è salvato perché lo hanno fatto salvare”, il procuratore D’Alessio fa capire che non ci sono elementi, ma allo stesso tempo è escluso nulla: “Allo stato – sono le sue parole – dico che tutto è umanamente possibile. Noi facciamo i conti con la probabilità. Sappiate che si è condannati o non condannati, anche all’ergastolo, sulla base di un elevato giudizio di probabilità logica. Tutto è possibile nella vita, ma mi hanno insegnato che quando qualcosa è processualmente possibile, devo avere degli elementi a supporto”.
Il movente del delitto non è ancora chiaro per il procuratore: “Il caporalato – ha sottolineato – è una delle piste, ma non l’unica. Sul contesto stiamo ancora indagando. In questo momento il quadro indiziario è stato mirato all’identificazione degli autori” dell’omicidio “e lo sottoponiamo così al giudice. Ovviamente ogni azione ha sempre un inquadramento e un contesto e anche su quello stiamo lavorando. È evidente che un episodio del genere ha certamente delle motivazioni, ha certamente dei contesti in cui si inserisce. Su questo stiamo lavorando con la stessa solerzia, con la stessa attenzione e con lo stesso scrupolo che abbiamo impiegato per individuare coloro che a nostro avviso erano i gravemente indiziati. Se adesso vi dicessi qual è il movente e qual è il contesto diremmo una cosa che non ha un carattere di forza totale perché ci stiamo lavorando da 48 ore”.
Il refrain del magistrato è che non può soddisfare tutte le domande dei giornalisti: “Se non rispondiamo – ha concluso D’Alessio – è soltanto per il rispetto della legge e di efficacia dell’indagine perché va avanti con serietà, spirito di squadra e rigore perché ragioniamo su quello che possiamo dimostrare”.
L'articolo Strage di braccianti ad Amendolara, il procuratore D’Alessio: “Episodio di gravità inaudita. Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica” proviene da Il Fatto Quotidiano.





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