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Fosse per lui, Alberto Forchielli, il muro contro la Cina lo farebbe più alto di quello di Berlino. E invece l’Europa si riempie la bocca di buoni propositi, ma alla prova dei fatti, fallisce. L’economista, saggista e imprenditore, grande esperto di Cina, non ha l’ombra di un dubbio: il recente irrigidimento dell’Ue contro il Dragone, reo di giocare secondo regole tutte sue, è provvidenziale e opportuno. Ma poco efficace. “Sono un po’ scettico sulla possibilità dell’Europa di fermare la Cina. Manca una posizione univoca, omogenea, ognuno va per i fatti suoi. La Germania, per esempio, ha legami molto forti con Pechino, a suo modo anche la Francia. Già questo basterebbe a indebolire una strategia anti cinese”, premette Forchielli.
Una cosa è certa però, qualcuno in Europa “non ha capito come sono i cinesi. Sono nostri alleati solo finché serviamo, poi ti cancellano. Adesso hanno bisogno di noi per introdurre i loro investimenti, vogliono comprare una fabbrichetta e allora ti trattano a champagne e inchini. Ma il giorno in cui hanno ottenuto quello che vogliono, ti mandano a quel Paese. Il cinese non ha la logica dell’equo profitto, non conosce il 50-50: vuole che sia -20 per te e 120 per lui, deve essere tutto suo. E lo dimostra il fatto che in pochi anni sono arrivati a detenere quasi due terzi della capacità produttiva industriale del mondo, ma la utilizzano solo per metà e hanno bisogno di far girare di più gli impianti, hanno bisogno di appropriarsi della domanda mondiale”.
Insomma, secondo Forchielli il muro contro il Dragone “dovrebbe essere alto almeno sette metri. Ma, come ho detto, l’Europa è divisa, ambigua, frammentata. E se non si va avanti compatti, non si mette alle corde la Cina. Che peraltro, lo voglio dire, è una potenza industriale anche senza sussidi. Quella degli aiuti all’economia è vero fino a un certo punto, poi diventa una leggenda metropolitana. I cinesi investono tanto, anche in ricerca, sono un’industria completa, anche senza sussidi. Ce lo raccontiamo noi che la potenza cinese sia solo figlia degli aiuti di Stato. Detto questo fosse per me io i cinesi li farei entrare con il contagocce, ma le misure europee non mi sembrano all’altezza del compito. Ci vorrebbero regole alla Trump, tassative, non negoziabili, altrimenti il potere economico che loro acquisiscono diventa anche potere politico”.
Forchielli poi insiste sul paragone tra Stati Uniti ed Europa. “In Ue siamo lenti, farraginosi, un disastro. Spendiamo un sacco di tempo in trattative e consulenze, e li temiamo. Se decidiamo di mettere un vincolo impieghiamo tre anni, facciamo regole tenui piene di scappatoie e, se chiudiamo un varco, loro vanno in Ungheria, dove trovano le porte aperte. Negli Usa invece sono meno timorosi: in 90 giorni mettono i dazi e in gran parte riescono a tenerli fuori dai settori strategici. La verità è che bisogna chiudere la porta. Se li facciamo investire in casa nostra, distruggeranno le nostre in dustrie e la nostra economia”.
Ma non solo. C’è un disegno più ampio. “La Cina fuori dalla Cina, ecco cosa vuole Pechino. Sanno benissimo che di fronte alla loro avanzata i Paesi occidentali metteranno altri dazi per difendersi. Quindi si stanno preparando a comprare tutto il comprabile e a investire tutto l’investibile, in modo da camuffarsi da industria nazionale. Fanno una fabbrica di assemblaggio in Europa per bypassare le regole, ma spediscono i componenti sottocosto dalla Cina. Così la nostra componentistica locale va a farsi benedire e ci smantellano i posti di lavoro”.

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