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Oggi Donald Trump è l’uomo che si presenta al mondo con un progetto non esplicitato ma evidente: siccome ho perso con le armi vincerò con i soldi. Al cuore di questo Memorandum, tra tante clausole di reciproca sfiducia, c’è un’idea-progetto, assieme all’intesa sul nucleare ancora nebulosa e su cui Tehran non dice no. Trump sembra dire: “Io riporto il capitale della potenza imperialista, il capitale a stelle e strisce e occidentale, nel cuore di quello che ho definito l’impero del male e che ci definiva impero del male. Se accettano (e devono accettare) questo cambierà l’impero del male in un altro impero”.
Se la scommessa è giusta lo vedremo, ma intanto cambia Trump. Innanzitutto deve ammettere che la legge del più forte (militarmente), quella su cui basa le relazioni internazionali, non vale sempre. Ma allora lui non è l’imperatore del Bene, non guida gli eserciti di Dio contro quelli del Male. Il nemico può cambiare.
Il nemico può cambiare? Questa è la scommessa di Trump, per dimostrare ex-post che lui vince sempre. Ma vincerebbe un’altra guerra e con i soldi, non con l’esercito divino.
Qui c’è l’insidia per certi orientamenti teologici: per Trump vince il denaro, che potremmo chiamare il Dio denaro, che non è Dio. Per Trump ciò che conta è che comunque vincerebbe lui. Questo cambia o spiazza la sua base. I pastori evangelicali che abbiamo visto ripresi a pregare toccandolo, accarezzandolo, le immagini divine in cui lui opera miracoli, non corrispondono più alla sua visione, a ciò che lui fa.
Alla base di questa mutazione trumpiana potrebbe esserci più che una riflessione teologica una riflessione elettorale sofferta e figlia della scissione tra popolo Maga e finanziatori. I secondi sono certamente vicini alla scuola teologica che impossessandosi di alcuni versetti del Vecchio Testamento ritengono che il Dio degli eserciti chieda di combattere per prevalere. Il popolo Maga vede che il prezzo della benzina sale troppo. Questa lotta apocalittica costa troppo. Trump deve oscillare e per ora, sotto voto, dà ragione al popolo. Domani si vedrà.
Ma questo domani in buona parte dipende da Tehran. Resterebbero apocalittici con in pancia 300 miliardi di dollari? È possibile? Forse no. Ma è possibile rinunciarci? No.
L’Iran arriva quasi sempre a scegliere quando non ha altre opzioni. Ma questa volta la scelta sarebbe più rilevante di quella compiuta ai tempi di Obama, all’ultimo minuto anche allora. Per questo c’è chi pensa che il Memorandum più che d’Intesa sia di Fraintendimenti. È la sola questione: fiducia o sfiducia nei cambiamenti?
Nell’attesa io credo che abbia una grande chance l’altro cristianesimo, quello che non crede nel Dio degli eserciti. Mentre Trump cerca di vendere ai suoi elettori una vittoria che non c’è, questo cristianesimo può mostrare anche ai Maga i benefici della pace. La benzina scende, vorrà dir qualcosa.
È interessante che nelle ore appena trascorse il ministero dell’Interno iraniano abbia divulgato i risultati di un sondaggio. Loro danno la parola al popolo. E per dire cosa? Che una vasta maggioranza non potrebbe sopportare un altro spillo di privazione economica. Questo può voler comunicare che Teheran non aveva alternative, ha scelto perché obbligata. Ma può anche voler dire che starà ai patti.
I tempi evolutivi di Trump (non definitivi) non indicano una sua volubilità: indicano la vicinanza del voto. Tehran in un certo senso gli risponde “anche noi abbiamo con chi fare i conti”. Li faranno per davvero?
L’altro cristianesimo ha un grande ruolo da svolgere per archiviare il pensiero apocalittico. E forse lo svolgerà, nonostante Trump. Lui resta destabilizzante in Europa: la sua Apocalisse ora non è globale. E questa (anche per l’Apocalisse) è una novità.

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