Auto, la locomotiva tedesca rallenta. Migliaia di posti di lavoro a rischio

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Nubi nere si addensano sull’industria tedesca dell’automobile, storico motore dell’economia europea. Stando a un dettagliato sondaggio condotto a maggio dalla VDA, l’associazione tedesca dell’automotive, e che ha coinvolto 116 aziende, i fornitori che prevedono per l’anno 2027 un netto peggioramento della situazione economica generale hanno superato i fornitori più ottimisti : un terzo degli intervistati attende un imminente aggravamento della crisi attuale, a fronte di un modesto 25% che dichiara ancora di sperare in un miglioramento delle condizioni di mercato. Si tratta di un ribaltamento radicale rispetto a quanto rilevato soltanto all’inizio del 2026, quando le proporzioni tra ottimisti e pessimisti erano esattamente invertite.

Tra le principali criticità operative figurano l’aumento dei costi energetici, una situazione aggravata dalle tensioni geopolitiche del Medio Oriente. A frenare la competitività complessiva delle imprese tedesche si aggiungono l’eccesso di burocrazia e un progressivo irrigidimento delle norme che regolano il mercato del lavoro. Di conseguenza, circa due terzi dei fornitori interpellati hanno già deciso di rinviare, cancellare o trasferire direttamente all’estero gli investimenti che inizialmente erano stati destinati alla Germania. Capitali che finiranno soprattutto nei Paesi asiatici, seguiti a ruota dal mercato del Nord America e, in misura minore, da altre aree geografiche situate all’interno dell’Unione Europea.

Le ripercussioni sul piano occupazionale si preannunciano drammatiche per la Germania. Metà delle imprese prevede infatti di dover ricorrere a pesanti tagli di personale nel corso dei prossimi anni. Le stime più recenti a livello istituzionale parlano di ben 225.000 posti di lavoro persi in tutto il settore auto entro il 2035. Soltanto un esiguo 3% delle aziende prevede di poter avviare nuove campagne di assunzione nei propri organici. Non solo, tra le realtà industriali che riducono il numero di addetti in Germania, il 44% assume contestualmente all’estero.

Naturalmente, questa profonda crisi che sta colpendo i fornitori dell’indotto automotive non è un fenomeno isolato, bensì lo specchio fedele delle enormi difficoltà in cui versano i grandi costruttori di automobili, a cominciare dal gruppo Volkswagen. Pochi giorni fa, Oliver Blume, ad del colosso di Wolfsburg, ha fornito i numeri del programma di ristrutturazione della forza lavoro: “Per Volkswagen, Audi, Porsche e la nostra consociata Cariad abbiamo concordato di ridurre il numero di posti di lavoro in Germania di circa 50.000 unità entro il 2030. Solo presso Volkswagen – inclusi gli stabilimenti di Sachsen e Osnabrück – avremo ridotto l’organico di 19.000 unità entro la fine dell’anno. In totale, sono già stati conclusi oltre 28.000 accordi vincolanti per le cessazioni del rapporto di lavoro entro il 2030. Abbiamo già ridotto i costi di produzione presso gli stabilimenti Volkswagen in Germania di oltre il 20% entro il 2025″.

La drastica riduzione dell’occupazione rappresenta, tuttavia, solo una delle severe misure per ridimensionare i costi complessivi: il gruppo ha già ottenuto 1 miliardo di euro di risparmi e sta lavorando per arrivare a 6 miliardi di euro complessivi entro il 2030; una meta da raggiungere grazie all’ottimizzazione di ogni singolo processo industriale. All’interno di questi programmi figurano in primo piano anche le iniziative per la riduzione delle sovraccapacità produttiva degli impianti, nemica numero uno dei bilanci.

Blume ricorda come la capacità, pianificata prima del Covid e sulla base di ipotesi molto più ottimistiche rispetto alla complessa realtà attuale, fosse stata inizialmente fissata nella quota di 12 milioni di veicoli l’anno. “Oggi riteniamo realistica una cifra intorno ai 9 milioni. Questa è la media raggiunta negli ultimi cinque anni”, ha aggiunto l’ad, rimarcando che “l’obiettivo è adeguare la nostra capacità produttiva a questo livello, in linea con il mercato”. In questo contesto operativo estremamente mutato, negli ultimi due anni il gruppo ha già ridotto la produzione complessiva di circa 2 milioni di unità ripartite tra l’Europa e la Cina. Sono state inoltre avviate misure per ridurre ulteriormente la produzione di 500.000 unità nella Repubblica Popolare e, presto, anche in Europa.

Del resto, lo stesso Blume ammette apertamente che le condizioni per l’industria automobilistica globale siano ulteriormente peggiorate nel corso del 2026, a causa del conflitto in Medio Oriente, della contrazione dei volumi di mercato e di una concorrenza sempre più intensa. L’ad mette in guardia sul fatto che sia necessario contrastare ulteriori pressioni esterne sui margini, sottolineando che non si può dare per scontato che i livelli di vendita e di prezzo del passato torneranno sui mercati, e che questi ultimi torneranno a crescere ai ritmi a cui il settore era abituato.

“In parole povere, dobbiamo ridurre i costi e diventare più redditizi, in un contesto economico che è diventato più complesso, dove la crescita è quasi inesistente. Dobbiamo adeguare le nostre strutture di conseguenza e riposizionare il nostro modello di business“, afferma Blume: “Le fondamenta sono un’analisi chiara, lavoro sistematico e disciplina rigorosa su costi e investimenti. Solo così possiamo creare lo spazio necessario per gli investimenti futuri e per la crescita”.

Tra le altre cose si punta in modo deciso a ridurre la complessità dell’offerta commerciale attraverso “prodotti mirati, meno varianti, volumi maggiori per modello”, ponendo una maggiore attenzione alle reali aspettative manifestate dai clienti nelle diverse regioni del mondo. La riduzione della complessità non si limiterà alla gamma commerciale ma riguarderà anche le piattaforme tecnologiche, le architetture elettroniche e le strutture gestionali, così come l’organizzazione quotidiana delle attività e la ripartizione delle responsabilità interne all’azienda.

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